Quando la Parola Ti Frega: le etichette tossiche che aumentano l’ansia
Perché chiami emozione qualcosa che emozione non è
Di solito succede così: senti una vibrazione al telefono, leggi un messaggio ambiguo, e il cervello spalma sopra tutto un’unica parola, “ansia”. Una parola enorme, totale, che non dice niente e dice troppo. Io ci sono cascato mille volte: mi sentivo una cosa precisa, piccola, gestibile… ma la chiamavo “ansia”. E nel momento stesso in cui lo dicevo, l’attivazione raddoppiava. Come se avessi aggiunto una colonna sonora drammatica a una scena che non lo meritava.
Il problema è che usiamo parole-ombrello. “Ansia”, “stress”, “disagio”: tre etichette per indicare un universo intero. È come fare la spesa e scrivere sulla lista solo “cibo”. Troppo vago per essere utile. E quando la parola è vaga, la mente fa il resto del lavoro inventando pericoli, intenzioni, scenari.
Ricordo un pomeriggio in cui continuavo a ripetere: “Sono in ansia per la call”. In realtà avevo solo tensione alle spalle e un vago imbarazzo per non aver ancora finito un file. Bastava dirlo così, secco, preciso, e si sarebbe sgonfiato tutto. Invece ho scelto “ansia”, che è la versione emotiva di fare partire l’allarme antincendio per un tostapane che fuma.
Quando chiami emozione ciò che emozione non è, la reattività sale. E non perché sei fragile: è la parola sbagliata che amplifica il volume.
Le pseudo-emozioni più comuni (e perché ti fregano)
Ci sono parole che sembrano emozioni ma non lo sono. Sono travestimenti. “Sono un disastro”, ad esempio. Non descrive uno stato, ma un’identità. È un salto carpiato: da “ho fatto un errore” a “io sono l’errore”. E quando trasformi un dettaglio in identità, il corpo risponde come se fosse tutto vero.
Oppure il classicone: “Sono bloccato”. Ogni volta che lo dicevo mi sembrava di avere il cemento nelle ossa. In realtà ero solo spaventato, o incerto, o imbarazzato: roba scioglibile, non permanente. Ma se ti dici “sono bloccato”, la mente ti crede e costruisce una gabbia attorno a quella frase.
E poi c’è “sto andando in panico”. A volte è solo un’accelerazione, un’ondata di tensione, un picco di paura. Ma il panico è un’etichetta talmente grande che il corpo risponde all’etichetta, non allo stato reale. È come urlarsi da soli “sta crollando tutto” perché si è rovesciato un bicchiere.
La differenza che cambia tutto è questa: “Sto provando X” è un’osservazione. “Sono X” è una condanna.
Quando passi dal verbo essere al verbo provare, riprendi margine. E il margine, quando si parla di ansia, è tutto.
Come riconoscere se una parola è tossica
La domanda chiave è: la parola che uso mi aiuta o mi stringe? Se stringe, quasi certamente è tossica.
Ci sono tre segnali veloci per scoprirlo.
Il primo è la vaghezza. Se una parola può significare tutto e niente, non è un’emozione. “Sto male”, “sono stressato”: vaghe. Nel dubbio, scartale.
Il secondo segnale è l’identificazione. Se la parola contiene un giudizio su di te (“sono incapace”, “sono sbagliato”), non sta parlando dell’emozione ma della tua identità. Tossica per definizione.
Il terzo è la catastrofizzazione. Parole che ingigantiscono: “panico”, “crollo”, “disastro”. Le senti e il sistema nervoso si irrigidisce un secondo dopo, come un cane che sente un tuono.
Io faccio sempre un test corporeo rapido: questa parola mi fa salire o scendere di livello? Se salgo, è un giudizio, non un’emozione. Se scendo, di solito ho beccato qualcosa di più vero.
Nei contesti quotidiani il test è perfetto. In chat, ad esempio, “sto male” può voler dire tutto: tristezza, imbarazzo, solitudine, stanchezza. Al lavoro, “sono in burnout” spesso nasconde tensione e frustrazione. Nelle relazioni, “mi sento rifiutato” è quasi sempre un mix di paura e vergogna, non un destino scritto.
Quando la parola è tossica, senti la mente che accelera. Quando è giusta, senti il corpo che si allarga mezzo millimetro.
Sostituzioni utili: da giudizio a emozione in 5 secondi
La parte buona di questo casino è che la sostituzione è semplice. Molto più semplice di quanto sembri.
Parti sempre da questo: cosa sto vivendo nel corpo? Non nella testa, non nella storia. Nel corpo.
Da lì arrivi alla sostituzione.
“Sono nel panico” diventa “sto provando tensione e paura”. “Sono un disastro” diventa “mi sento in imbarazzo”. “Sono bloccato” diventa “sto provando esitazione”. “Sono ansioso” diventa “sto provando attivazione e preoccupazione”.
Non devi essere chirurgico. Devi essere plausibile. Il nome plausibile è la via di mezzo perfetta tra precisione e fattibilità: non troppo tecnico, non troppo vago. Una lente chiara per guardare cosa succede senza farlo esplodere.
Nel metodo I.R.O.N.I.A., questa è la parte della N – Nomina**, ma si collega subito alla R – Ridimensiona: quando hai la parola giusta, l’ironia può fare il suo lavoro. E se vuoi inserirla nel ciclo completo, c’è l’articolo completo del motodo: Metodo I.R.O.N.I.A..
E allora? Micro-azione per ricalibrare il linguaggio
Qui si chiude. Le parole sono strumenti, non verità.
La micro-azione è questa: scrivi tre etichette tossiche che usi spesso. Non quelle rare, proprio quelle quotidiane. Poi scrivi accanto tre sostituzioni emotive concrete. Tienile sul telefono o in tasca.
Per le prossime 24 ore, usa solo quelle tre parole nuove. Ogni volta che stai per dire “sono in ansia”, cambia. Ogni volta che stai per dire “sono un disastro”, cambia. Ogni volta che ti sale “sono bloccato”, cambia.
E osserva cosa succede nel corpo dopo ogni nominazione.
E allora? Hai appena ricalibrato il linguaggio emotivo. È il primo passo per ridimensionare davvero la presa dei pensieri. Continui domani.