Era una sera come tante altre. La giornata si era trascinata tra schermi, notifiche e pensieri rimbalzati. Il corpo, seduto sul divano, aveva quella pesantezza familiare, ma dentro la testa c’era un ronzio, un’agitazione sottile che non accennava a placarsi. La mano, quasi per inerzia, si è avvicinata al telefono.
Non stavo cercando piacere, né vera eccitazione. Stavo cercando il silenzio. Un interruttore rapido per spegnere quel rumore di fondo.
L’esperienza, quando è finita, non ha lasciato appagamento, ma quello strano sollievo piatto di quando qualcosa si ferma.
Questa è la scena che molti riconoscono.
Non è la ricerca del desiderio, ma la sua sospensione.
Il desiderio e l’attesa: due percorsi che si sono persi
Il desiderio ha bisogno di spazio per respirare.
Si nutre di attesa, di anticipazione, di uno spazio vuoto che crea intensità.
La pornografia, con la promessa di stimolo immediato e infinito, salta questo processo. Premi play e sei già alla fine, dentro un circuito chiuso di consumo.
Non c’è tempo perché il corpo partecipi.
Non c’è tempo perché il desiderio si formi.
È un processo prevalentemente mentale e visivo, mentre il corpo diventa un supporto passivo.
La conseguenza più sottile non è volerne sempre di più, ma iniziare a sentire sempre di meno.
Non perché la sensibilità sia rovinata, ma perché non viene più allenata.
Una vera e propria disabitudine al sentire.
Stanchezza: il terreno perfetto per i comportamenti automatici
Non è un caso che l’impulso emerga a fine giornata.
Quando siamo stanchi, la capacità di scegliere consapevolmente crolla.
Restare presenti a ciò che sentiamo costa energia.
Lo stimolo rapido, invece, no.
La pornografia diventa una area di servizio mentale:
rifornimento immediato quando il serbatoio dell’attenzione è vuoto.
Il ciclo è semplice, e non moralmente carico:
stanchezza → sedazione immediata → minore presenza → più stanchezza
Non c’è cattiveria qui.
C’è solo una sostituzione:
qualcosa che avrebbe bisogno di spazio (riposo, noia, solitudine) viene coperto da un anestetico rapido.
Mindfulness senza tabù: osservare, non reprimere
Qui non serve combattere l’impulso.
La lotta lo rafforza.
L’alternativa è più scomoda e più radicale: osservarlo arrivare.
Notare:
- il movimento verso lo schermo
- l’irrequietezza nel corpo
- la mente che cerca una via di fuga
…senza reagire subito.
In quello spazio riemerge il corpo:
- il respiro
- la vera stanchezza
- forse noia
- forse un’emozione evitata
La mindfulness, qui, non è spiritualità.
È presenza non giudicante.
Non serve a diventare “migliori”.
Serve a non sparire.
Pratiche concrete: creare spazio tra impulso e azione
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La pausa dei 90 secondi
Quando senti l’impulso, fermati. Metti un timer.
Per un minuto e mezzo non fare nulla.
Osserva sensazioni, respiro, mente.
Poi scegli. Anche se scegli di procedere, non sarà un blackout totale. -
Meditazione sul respiro (10 minuti al giorno)
Allenamento dell’attenzione, non rilassamento.
La pratica regolare è associata a una maggiore regolazione degli impulsi.
Respiro → distrazione → ritorno.
Ancora. E ancora. -
La domanda gentile
Prima dell’automatismo, chiediti:
“Cosa sto cercando di non sentire adesso?”
Non serve una risposta elegante. Basta una vera.
Oltre la colpa: dal consumo passivo all’esperienza presente
L’obiettivo non è demonizzare il comportamento.
È recuperare la capacità di sentire.
Il desiderio, quando ha spazio, non urla.
Sussurra.
Attesa, sensazioni corporee, contatto reale con sé e con l’altro tornano possibili quando usciamo dalla modalità consumo e rientriamo nell’esperienza.
A volte, dopo la pausa, potremmo comunque scegliere di guardare.
Ma sapere che stiamo scegliendo un anestetico per la stanchezza, e non piacere, cambia tutto.
Quella consapevolezza minima è già una crepa nell’automatismo.
Non è un percorso lineare.
Non porta a perfezione.
Porta a questo:
tornare, momento per momento, al timone.