Bias mentali: perché la testa distorce la realtà (CBT e MCT senza psicologese)
Il problema non è cosa pensi, ma come lo stai interpretando
La scena è sempre la stessa:
una frase detta a metà, un messaggio letto in fretta, una risposta che non arriva.
La testa parte e io la seguo per qualche minuto convinto di stare “analizzando”.
In realtà sto già interpretando.
Il punto chiave di CBT e MCT è questo:
tra ciò che accade e ciò che pensi c’è una lente automatica.
Il problema non è il contenuto del pensiero, ma la presunta oggettività con cui lo tratti.
La mente non dice: “forse sto interpretando”.
Dice: “è evidente”.
Ed è qui che l’illusione si consolida: ciò che stai guardando sembra realtà,
ma è già una costruzione.
Cosa sono i bias cognitivi (CBT e MCT)
I bias cognitivi non sono difetti.
Non sono bug.
Sono scorciatoie.
La CBT li chiama distorsioni, la MCT li tratta come pattern di funzionamento.
A me interessa questo punto:
nascono per farci decidere in fretta, non per descrivere il mondo con precisione.
Quando la posta in gioco è bassa, funzionano bene.
Quando entra in gioco l’ansia, iniziano a stringere il campo visivo.
Non sono “pensieri sbagliati”.
Sono pensieri plausibili, ma incompleti.
Ed è proprio per questo che convincono così bene.
I bias che alimentano ansia e ruminazione
Ce ne sono molti. Qui bastano quelli che tengono acceso il loop.
Catastrofizzazione
Un dettaglio diventa un finale.
Un errore minimo viene già trattato come anticamera del disastro.
Lettura del pensiero
Attribuisci intenzioni senza prove.
“Se non risponde, significa che…” — e la frase si chiude da sola.
Doverizzazioni
Regole invisibili travestite da logica.
“Avrei dovuto”, “non si fa”, “a questo punto è chiaro che”.
Questi bias hanno una cosa in comune: danno struttura all’ansia.
Non la creano. La organizzano.
Ed è così che la rendono stabile.
Dove entrano i bias nel Metodo I.R.O.N.I.A
Nel Metodo I.R.O.N.I.A, i bias entrano nella R — Ridimensiona.
Ridimensionare non significa correggere il pensiero.
Non significa sostituirlo.
Significa ridurre la sua pretesa di verità assoluta.
Quando riconosco un bias, non sto dicendo “è falso”.
Sto dicendo: è una lente, non il paesaggio.
Ed è per questo che Ridimensiona ≠ pensare positivo.
È un’operazione di scala, non di ottimismo.
Qui la mappa serve: dare un nome al pattern abbassa la pressione.
Non perché risolve, ma perché smette di sembrare unico e definitivo.
Il limite della mappa se resta teoria
C’è un rischio chiaro: trasformare i bias in un altro oggetto di iper-analisi.
Li riconosci.
Li elenchi.
Li spieghi.
E resti fermo.
La mappa serve solo se prepara il passo successivo.
Nel Metodo I.R.O.N.I.A non basta vedere la lente:
serve uscire dal solo pensiero, passando per le altre fasi.
Senza Identifica, Nomina, Interrompi e Agisci,
la mappa diventa un museo.
Interessante. Pulito. Inutile.
E allora?
Se il problema non è il pensiero ma la lente con cui lo guardi,
ridimensionare diventa più utile che convincerti.
Il contesto completo è nel Metodo I.R.O.N.I.A
e la fase chiave è R — Ridimensiona.
Se vuoi, prossimo passo naturale:
- wrapper Affect labeling — Nomina (N) oppure
- wrapper Behavioral Activation — Agisci (A)
Dimmi quale.