Osservare Senza Andare in Paranoia: La Trappola della Sorveglianza Mentale

Osservare Senza Andare in Paranoia: La Trappola della Sorveglianza Mentale

Scritto da Matteo Ricci il · 7 mins read Foto: Scott Webb

Osservare Senza Andare in Paranoia: La Trappola della Sorveglianza Mentale

Sai quando cerchi di essere “consapevole” e finisci a comportarti come il custode notturno di un museo vuoto? Ecco, la scena è più o meno questa: sei in cucina, stai mescolando il sugo con l’aria di chi è stato appena nominato ambasciatore della calma interiore, e poi d’un tratto ti accorgi che stai ascoltando ogni scricchiolio del diaframma come se stessi cercando una micro-crepa nel muro.
Mi è capitato mentre bolliva la pasta. A un certo punto ero lì a “sentire” il respiro, poi a “controllare” il respiro, poi a “valutare se lo stavo controllando troppo”. Sembra una barzelletta, ma è esattamente il punto in cui la O – Osserva del Metodo I.R.O.N.I.A. smette di essere osservazione e diventa sorveglianza.

Flaiano avrebbe alzato un sopracciglio: “La situazione è disperata ma non seria”. Salinger si sarebbe limitato a dire che dovrei farmi una vita. Io mi prendo la versione sobria: quando guardo troppo a lungo dentro me stesso, finisco per spegnere la luce.

Questo articolo serve a evitare proprio quella spirale: distinguere l’osservazione sana da quella paranoica, senza spiritualese, senza mantra e soprattutto senza diventare il poliziotto interno del tuo stesso corpo.

Quando “Osserva” diventa “Sto spiando ogni millimetro del mio corpo”

La cosa buffa è che il passaggio è impercettibile. Parti con un’intenzione genuina: “Ora ascolto la pancia, giusto un attimo”. Due minuti dopo stai monitorando il ritmo cardiaco come se stessi compilando un referto medico.
È qui che accade lo scivolamento: dall’osservazione — che lascia uno spazio, una specie di balcone sulla tua esperienza — alla sorveglianza, che invece chiude tutte le uscite come un condominio anni ’70 in cui è appena saltata la corrente.

Lo ammetto: ci cado ancora. Soprattutto nei giorni in cui ho dormito poco, nei giorni in cui quel filo di ansia vuole solo un varco da cui infilarsi. È lì che “Osserva” diventa una lente d’ingrandimento troppo vicina al foglio: non vedi più il disegno, solo i pixel.

Quando la mente è agitata, prende l’ordine “osserva” e lo interpreta così: “Controlla tutto, adesso. Ogni respiro, ogni battito, ogni minimo tremolio.”
Risultato: invece di calmarti, ti stufi di te stesso.

La differenza tra osservare e sorvegliare è semplice:
quando osservi, sei curioso;
quando sorvegli, sei in allerta.

Se ti riconosci, sei in buona compagnia. Molti arrivano al Metodo I.R.O.N.I.A. proprio così: stanchi di controllarsi e convinti di stare “fallendo la mindfulness”.
Spoiler: non stai fallendo niente. Stai solo usando l’energia sbagliata per l’attività giusta.

Per ribaltare questo schema, torna alla O:
“Osserva: La Superpotenza di Chiudere il Pilota Automatico”
e alla metodo generale:
Metodo IRONIA


Il corpo racconta, la mente commenta (troppo)

Uno dei miei momenti preferiti della Ginzburg è quando riesce a raccontare la realtà senza aggiungere un grammo di psicodramma. È un esempio perfetto di osservazione pura: dire ciò che c’è, non ciò che si teme.
Il problema è che la mente non è Ginzburg: è più simile ai personaggi di Carver, sempre pronti a leggere significati catastrofici in un rumore di fondo.

Il corpo fa un piccolo movimento?
La mente ci scrive sopra un saggio.
Il respiro si accorcia mezzo centimetro?
La mente formula tre ipotesi cliniche, due scenari futuri e un “perché proprio oggi”.

Questo è il punto in cui osservare diventa tirannico: non sei più presente al corpo, ma alla tua interpretazione del corpo.
Nasce così una paranoia gentile: non un vero attacco d’ansia, ma un sottofondo teso, un rumore mentale che ti impedisce di capire se stai notando o controllando.

Io lo riconosco da un dettaglio: quando mi sorprendo a “spiare” il respiro da fuori, come se stessi guardando un impiegato in prova, so che ho perso la mano. Osservare non significa “vedere se è giusto”: significa vedere e basta.

La verità è che l’osservazione sana è un dettaglio alla volta.
Se provi a prendere tutto insieme — respiro, battito, pancia, temperatura, postura, pensieri — finisci in un panopticon domestico.

E allora torna alla lettera N per ricordarti che basta nominare, non scandagliare:
“Nomina: dare un nome a ciò che senti per riprendere il controllo”

La regola d’oro: tornare al punto d’appoggio

Ogni metodo serio — da Kabat-Zinn agli stoici — ha una maniglia: un punto dove tornare quando la mente si ingarbuglia.
Nel Metodo I.R.O.N.I.A. questa maniglia è il punto d’appoggio.

Non è meditazione, non è “segui il respiro fino all’illuminazione”.
È terra-terra: scegli una cosa e la tieni lì, come un cursore.
Spalle, mani, respiro, un piede, la temperatura dell’aria sulla narice sinistra.
Qualunque cosa, purché sia semplice.

La differenza è netta:
quando osservi, il punto d’appoggio ti riporta nel corpo;
quando sorvegli, diventa un compito, un esame, una verifica continua.

A me succede quando cerco di “vedere se sto respirando bene”.
Ogni volta finisco per respirare come un palloncino bucato.

La regola d’oro è semplice:
non misurare il punto d’appoggio, usalo.
Così come ti appoggi al muro per allacciarti le scarpe senza dubitare della muratura.

Per uscire dal loop serve un gesto rapido: guardare un oggetto neutro — un bicchiere, una tenda, una matita.
La mente smette di calcolare e torna a vedere.

Saramago lo scriveva meglio: “Se vedi troppo, non vedi più.”
Ecco il punto: osservare è togliere, non aggiungere.


E allora?

Prova questo micro-reset da cinque secondi:
chiudi gli occhi per mezzo respiro, riaprili, senti un solo punto del corpo — il primo che capita — e fermati lì.

È il protocollo che uso quando realizzo di aver oltrepassato la linea che divide osservazione e sorveglianza. Funziona perché taglia il problema alla radice: l’iper-analisi.

Il corpo non chiede di essere controllato.
Chiede di essere visto.

E quando impari la differenza, Osserva torna ad essere ciò che è:
una finestra, non una guardiola di sicurezza.