Affect labeling: nominare le emozioni per ridurre la reattività (senza terapia)

Affect labeling: nominare le emozioni per ridurre la reattività (senza terapia)

Scritto da Matteo Ricci il · 3 mins read

Affect labeling: nominare le emozioni per ridurre la reattività (senza terapia)

Quando capisci cosa stai pensando ma reagisci lo stesso

Hai già fatto il lavoro “razionale”.
Hai identificato il pensiero. Hai visto il bias. Sai perfino spiegarti perché è partito.

Eppure scatti.

La mail ti irrita. Il commento ti punge. Il corpo reagisce prima che tu possa dire qualcosa di intelligente.
Qui si vede il limite dell’osservazione cognitiva: capire non basta quando l’emozione ha già preso il volante.

Non è un fallimento.
È fisiologia.


Cos’è l’affect labeling (neuroscienza di base)

L’affect labeling è una cosa molto semplice: dare un nome all’emozione che stai provando.
Non spiegarla. Non giustificarla. Non analizzarla.

Nominarla.

Gli studi di Lieberman mostrano che quando etichetti verbalmente un’emozione,
l’attività dell’amigdala si riduce e aumenta il coinvolgimento della corteccia prefrontale.

Tradotto: il sistema di allarme perde intensità, quello di regolazione entra in gioco.

Non è catarsi.
Non è sfogo.
È un cambio di canale.


Perché dare un nome cambia l’intensità

Un’emozione non nominata tende a occupare tutto il campo.
Quando la nomini, la trasformi in un segnale localizzato.

Nel mio quotidiano succede così: finché è solo tensione, reagisco.
Quando diventa “rabbia” o “vergogna”, cala di mezzo tono.

Non perché sparisce.
Perché smette di essere indistinta.

Questo è il punto chiave: nominare non risolve, riduce.
E ridurre è spesso sufficiente per non fare danni.


Dove entra Nomina nel Metodo I.R.O.N.I.A

Nel Metodo I.R.O.N.I.A, questo passaggio è N – Nomina.

Arriva dopo aver identificato e ridimensionato il pensiero.
Serve a separare due livelli che la mente tende a fondere: pensiero ed emozione.

“Sto pensando che…” è una cosa.
“Sto provando…” è un’altra.

Nomina fa da ponte:
dal mentale all’esperienziale, senza affogarci dentro.

Ed è per questo che non è introspezione.
È un’operazione rapida, funzionale, temporanea.


Il limite del nominare se diventa introspezione

Anche qui c’è un rischio: restare a parlare dell’emozione all’infinito.

Se continui a verbalizzare, a raffinare, a cercare il nome perfetto,
l’intensità magari cala… ma resti fermo.

Nomina funziona solo se prepara il passo successivo.
Nel Metodo I.R.O.N.I.A questo passo è chiaro: Interrompi e poi Agisci.

Senza movimento, la parola si svuota.
Diventa commento. Non regolazione.


E allora?

Se riesci a dare un nome a ciò che senti,
hai già ridotto la sua presa. Non risolto: ridotto.

Il quadro completo è nel Metodo I.R.O.N.I.A
e il passaggio specifico è N – Nomina.