Perché ci dà così fastidio non sapere?

Hai mai inviato un messaggio e controllato il telefono decine di volte aspettando una risposta?

Oppure hai sostenuto un colloquio di lavoro e, nei giorni successivi, hai continuato a immaginare ogni possibile esito.

Forse hai aspettato l’esito di un esame medico.

O una decisione importante.

O semplicemente hai cercato di capire che cosa pensasse davvero una persona di te.

In tutte queste situazioni il problema, almeno all’inizio, non è la risposta.

È il fatto di non averla ancora.

Ed è sorprendente osservare quanto questa semplice condizione possa assorbire la nostra attenzione.

La mente continua a tornare lì.

Immagina scenari.

Formula ipotesi.

Cerca indizi.

Rilegge conversazioni.

Ricostruisce dettagli.

Come se, pensando ancora un po’, potesse colmare il vuoto lasciato dall’incertezza.

Quasi tutti abbiamo vissuto esperienze simili.

Per questo motivo la domanda non è affatto banale.

Perché ci dà così fastidio non sapere?

Perché l’incertezza sembra consumare così tante energie mentali?

Perché il cervello preferisce, a volte, una risposta sgradevole piuttosto che nessuna risposta?

E perché alcune persone riescono a convivere serenamente con il dubbio mentre altre sembrano rimanervi intrappolate?

Psicologia, neuroscienze, evoluzione e filosofia hanno affrontato questa domanda da prospettive diverse.

Ognuna offre una parte della risposta.

In questo articolo le esploreremo una alla volta.

Solo nella seconda parte introdurremo il punto di vista di MessyMind, che non osserva soltanto l’incertezza, ma il modo in cui la mente costruisce il proprio rapporto con ciò che ancora non conosce.


È davvero l’incertezza a farci stare male?

Prova a confrontare queste due situazioni.

Nella prima, il medico ti dice con certezza che dovrai aspettare sei mesi prima di un intervento.

Nella seconda, ti dice che gli esami non sono ancora conclusi e che bisognerà aspettare qualche settimana per capire meglio.

Paradossalmente, molte persone descrivono la seconda situazione come più difficile della prima.

Non perché la diagnosi sia peggiore.

Ma perché manca una risposta.

Lo stesso accade nella vita quotidiana.

Aspettare un messaggio.

Un risultato.

Una decisione.

Una telefonata.

Spesso la parte più faticosa non è ciò che succederà.

È il periodo in cui non sappiamo ancora che cosa succederà.

Questa osservazione ha incuriosito psicologi e neuroscienziati per decenni.

Perché il cervello sembra reagire così intensamente all’incertezza?

La risposta inizia molto prima della comparsa dell’essere umano.


La spiegazione evolutiva

Dal punto di vista dell’evoluzione, l’incertezza rappresenta un problema pratico.

Immagina un nostro antenato che sente un rumore tra i cespugli.

Non sapere se si tratti del vento o di un predatore può fare la differenza tra sopravvivere e morire.

Per milioni di anni, gli individui capaci di reagire rapidamente alle situazioni ambigue hanno avuto maggiori probabilità di sopravvivere.

Di conseguenza, il cervello umano si è evoluto privilegiando la previsione.

Comprendere ciò che sta per accadere.

Ridurre le sorprese.

Anticipare i pericoli.

L’incertezza, quindi, non rappresenta semplicemente una mancanza di informazioni.

Può essere interpretata dal cervello come una condizione nella quale aumenta la possibilità di commettere errori.

Ed è proprio per questo che tendiamo naturalmente a cercare spiegazioni, conferme e schemi che rendano il mondo più prevedibile.

Questa caratteristica è stata estremamente utile per la sopravvivenza.

Ma, in un mondo molto diverso da quello dei nostri antenati, può produrre effetti inattesi.

Oggi raramente dobbiamo indovinare se dietro un cespuglio si nasconda un predatore.

Molto più spesso conviviamo con forme di incertezza che nessuna quantità di informazioni può eliminare completamente.

Ed è qui che la biologia, da sola, non basta più a spiegare ciò che accade nella nostra mente.

Il cervello non ama le domande aperte

Negli ultimi decenni le neuroscienze hanno mostrato che il cervello non si limita a reagire agli eventi.

Li anticipa continuamente.

Secondo uno dei modelli oggi più discussi, spesso chiamato Predictive Processing o cervello predittivo, la mente costruisce costantemente ipotesi su ciò che sta per accadere.

Quando queste previsioni vengono confermate, tutto procede con relativa facilità.

Quando invece manca un’informazione importante, il cervello deve aggiornare continuamente i propri modelli della realtà.

In altre parole.

L’incertezza aumenta il lavoro cognitivo.

Questo non significa che il cervello “odia” l’incertezza.

Significa che un ambiente prevedibile richiede, in genere, meno risorse mentali di uno imprevedibile.

Per questo motivo tendiamo naturalmente a cercare spiegazioni.

Ridurre l’incertezza permette al cervello di costruire modelli più stabili del mondo.

Questa capacità è straordinaria.

È alla base dell’apprendimento.

Della pianificazione.

Della scienza.

E perfino della vita quotidiana.

Il problema nasce quando ci troviamo davanti a domande che non possono essere risolte rapidamente.


Quando il cervello cerca una risposta a tutti i costi

Esistono situazioni nelle quali ottenere una risposta è relativamente semplice.

Vuoi sapere che ore sono.

Guardi l’orologio.

Vuoi sapere se domani pioverà.

Controlli le previsioni.

Ma molte domande importanti non funzionano così.

Sono domande che nessuna ricerca su Google può risolvere.

Eppure il cervello continua a trattarle come problemi da chiudere.

Più la risposta tarda ad arrivare, più aumenta la tendenza a cercare nuovi indizi.

Rileggiamo un messaggio.

Analizziamo il tono di una conversazione.

Ripensiamo a dettagli apparentemente insignificanti.

Cerchiamo qualcosa che ci permetta di ridurre il dubbio.

Questo comportamento è profondamente umano.

Ma non sempre produce il risultato sperato.


Il bisogno di chiudere il dubbio

In psicologia esiste un concetto chiamato Need for Closure, cioè il bisogno di arrivare rapidamente a una conclusione quando una situazione rimane ambigua.

Le persone differiscono molto sotto questo aspetto.

Alcune riescono a convivere abbastanza bene con il dubbio.

Altre provano un forte disagio finché non riescono a trovare una risposta.

Questo non significa che una modalità sia “giusta” e l’altra “sbagliata”.

Il bisogno di chiudere una situazione può essere molto utile.

Permette di prendere decisioni.

Di agire.

Di non rimanere bloccati all’infinito.

Diventa problematico quando la ricerca della certezza prende il sopravvento sulla qualità della decisione.

In questi casi può accadere qualcosa di curioso.

Non stiamo più cercando la risposta migliore.

Stiamo cercando qualunque risposta che riduca il disagio dell’incertezza.


Perché alcune persone tollerano meglio l’incertezza?

Questa è una domanda che interessa molto la psicologia contemporanea.

La risposta sembra dipendere da molti fattori.

Esperienze di vita.

Personalità.

Contesto culturale.

Livelli di stress.

Stato emotivo.

Inoltre, alcune persone mostrano una maggiore intolleranza all’incertezza, cioè una tendenza a vivere le situazioni ambigue come particolarmente difficili da sopportare.

Questo non significa che siano più fragili.

Significa semplicemente che il loro cervello tende a interpretare il dubbio come qualcosa che richiede una soluzione immediata.

Per questo motivo due persone possono vivere la stessa identica situazione in modi completamente diversi.

Aspettare una risposta a un messaggio può essere poco più di una curiosità per qualcuno.

Per un’altra persona può diventare un pensiero ricorrente che occupa buona parte della giornata.

Ed è proprio questa enorme variabilità che rende interessante osservare non solo quanto dubbio esista in una situazione, ma soprattutto come ciascuno di noi costruisca il proprio rapporto con esso.


La filosofia ha sempre diffidato delle certezze assolute

Molto prima della nascita della psicologia, la filosofia aveva già individuato un punto fondamentale.

L’essere umano desidera certezze.

La realtà, però, raramente gliele offre.

Da Socrate agli Stoici, fino alla filosofia contemporanea, molti pensatori hanno suggerito che imparare a convivere con il dubbio rappresenti una forma di maturità.

Non perché il dubbio sia piacevole.

Ma perché pretendere una certezza assoluta in ogni ambito della vita rischia di trasformarsi in una continua fonte di frustrazione.

Questa osservazione ci porta naturalmente alla domanda successiva.

Se l’incertezza è una parte inevitabile dell’esperienza umana, che cosa succede quando il nostro cervello smette di considerarla una condizione temporanea e inizia a viverla come qualcosa da eliminare a qualsiasi costo?

Una domanda diversa

Fino a questo punto abbiamo osservato l’incertezza attraverso biologia, neuroscienze, psicologia e filosofia.

Tutte queste discipline sembrano concordare su un punto.

L’essere umano preferisce, quando possibile, un mondo prevedibile.

Sapere che cosa accadrà.

Capire le intenzioni degli altri.

Prevedere le conseguenze delle proprie decisioni.

Ridurre il numero delle sorprese.

È un meccanismo che ci ha aiutato a sopravvivere e continua a essere estremamente utile.

MessyMind, però, propone una domanda leggermente diversa.

Non più.

Perché l’incertezza ci mette a disagio?

Ma.

Che cosa succede quando il bisogno di sapere diventa più forte della nostra capacità di convivere con il dubbio?

È un cambiamento sottile.

Ma cambia completamente il punto di osservazione.

Non stiamo più studiando soltanto l’incertezza.

Stiamo osservando il rapporto che costruiamo con essa.

Ed è proprio qui che inizia il Framework Cognitivo di MessyMind.


Quando nasce una Tensione Cognitiva

Immagina di aspettare una risposta importante.

Sai che arriverà.

Ma non sai quando.

Per qualche minuto continui a fare altro.

Poi controlli il telefono.

Dopo dieci minuti lo ricontrolli.

Nel frattempo immagini possibili scenari.

Cerchi di interpretare ogni dettaglio.

Che cosa è successo?

L’incertezza è rimasta identica.

È cambiato il rapporto che la tua mente ha costruito con quella situazione.

MessyMind definisce questo stato una Tensione Cognitiva.

Una Tensione Cognitiva nasce quando esiste una distanza tra ciò che desideriamo sapere e ciò che possiamo realmente conoscere in quel momento.

Questa distanza non è un errore.

Non è una patologia.

È una condizione normale della vita.

Ogni giorno conviviamo con decine di piccole Tensioni Cognitive.

Molte si risolvono rapidamente.

Altre possono accompagnarci molto più a lungo.


Il problema non è il dubbio

Questo è forse il punto più importante dell’intero articolo.

MessyMind non considera il dubbio qualcosa da eliminare.

Anzi.

Il dubbio è una delle condizioni che rendono possibile la conoscenza.

Senza dubbio non esisterebbero.

Il Framework non invita quindi a cercare meno risposte.

Invita a osservare il momento in cui il rapporto con il dubbio cambia natura.

All’inizio il dubbio apre possibilità.

Stimola curiosità.

Ci spinge a esplorare.

Poi, in alcune situazioni, accade qualcosa di diverso.

L’obiettivo non è più comprendere.

Diventa smettere di provare l’incertezza.

Ed è proprio qui che la ricerca rischia di cambiare funzione.


Quando la ricerca non serve più a capire

Prova a pensare a una situazione familiare.

Invii un messaggio.

L’altra persona non risponde.

All’inizio aspetti con tranquillità.

Dopo un po’ inizi a chiederti se abbia visto il messaggio.

Poi rileggi la conversazione.

Controlli l’ultimo accesso.

Ripensi alle ultime parole che avete scambiato.

Ogni nuovo controllo promette di ridurre il dubbio.

Per qualche istante funziona.

Poi l’incertezza ritorna.

E il processo ricomincia.

La cosa interessante è che nessuna nuova informazione è realmente arrivata.

È cambiato soltanto il modo in cui la mente cerca di gestire il vuoto lasciato dall’incertezza.

Lo stesso processo può comparire in moltissime situazioni.

L’argomento cambia.

La dinamica mentale può rimanere sorprendentemente simile.


La domanda che interessa davvero a MessyMind

Per questo motivo il Framework non cerca di eliminare l’incertezza.

Sarebbe impossibile.

L’incertezza fa parte della vita.

La domanda che interessa a MessyMind è un’altra.

Che cosa succede quando il bisogno di sapere continua a crescere, mentre la realtà non può ancora offrire una risposta?

È in questo spazio che nasce la possibilità di osservare qualcosa di molto interessante.

Non tutte le persone reagiscono allo stesso modo.

Per alcune il dubbio rimane uno stimolo alla curiosità.

Per altre diventa lentamente qualcosa da cui liberarsi il prima possibile.

Ed è proprio questa differenza che apre la strada al concetto di Loop Mentale, il modello con cui MessyMind descrive il modo in cui alcune Tensioni Cognitive possono iniziare ad autoalimentarsi nel tempo.

Quando una Tensione Cognitiva può trasformarsi in un Loop

Una Tensione Cognitiva non è un problema.

È una normale conseguenza del fatto che non possiamo conoscere tutto, prevedere tutto o controllare tutto.

La maggior parte delle volte conviviamo con queste tensioni senza particolari difficoltà.

Aspettiamo una risposta.

Prendiamo una decisione.

Accettiamo che alcune cose richiedano tempo.

Poi andiamo avanti.

In alcune circostanze, però, succede qualcosa di diverso.

La mente non si limita più a convivere con l’incertezza.

Inizia a lavorare continuamente per eliminarla.

È qui che, secondo MessyMind, può nascere un Loop Mentale.

Un Loop Mentale non è semplicemente un pensiero ripetitivo.

È un processo nel quale pensieri, emozioni e comportamenti iniziano ad alimentarsi reciprocamente.

La ricerca della risposta produce un sollievo momentaneo.

Quel sollievo, però, dura poco.

Il dubbio ritorna.

E la ricerca ricomincia.


Quando compare l’overthinking

Questo è il momento in cui molte persone descrivono una sensazione molto familiare.

“Continuo a pensarci, ma non mi sembra di arrivare da nessuna parte.”

L’overthinking non coincide con il fatto di riflettere molto.

Pensare a lungo a un problema può essere utile.

L’overthinking nasce quando il pensiero continua a ruotare intorno allo stesso punto senza modificare realmente la situazione.

Per esempio.

Aspetti una risposta.

Controlli il telefono.

Immagini tutte le possibilità.

Cerchi di interpretare il silenzio.

Ti rassicuri.

Poi il dubbio ritorna.

Ricominci.

Oppure.

Hai preso una decisione importante.

Invece di andare avanti, continui a chiederti.

Il pensiero sembra produttivo.

In realtà continua a consumare energie senza produrre nuove informazioni.

Se riconosci questo schema anche in altri aspetti della tua vita, può essere utile approfondire che cos’è davvero l’Overthinking e come si differenzia dalla semplice riflessione.


Il possibile ruolo del Loop del Controllo

Tra i quattro Loop descritti da MessyMind, quello che emerge più naturalmente davanti all’incertezza è il Loop del Controllo.

Non perché desideriamo controllare tutto.

Ma perché il cervello cerca naturalmente di ridurre ciò che non riesce a prevedere.

Il processo potrebbe assomigliare a questo.

Incertezza

↓

Disagio

↓

Ricerca di spiegazioni

↓

Sollievo temporaneo

↓

Nuova incertezza

↓

Nuova ricerca

↺

È importante sottolineare che questo non accade sempre.

Molte persone cercano informazioni, prendono una decisione e riescono ad accettare ciò che ancora non conoscono.

Il Loop compare quando la ricerca non riesce più a concludersi.

Ogni risposta genera una nuova domanda.

Ogni rassicurazione dura sempre meno.

Ogni tentativo di controllare l’incertezza produce soltanto un sollievo temporaneo.

Ed è proprio questa dinamica che distingue una normale ricerca di informazioni da un processo che tende ad autoalimentarsi.

Se vuoi approfondire questo modello puoi leggere l’articolo dedicato al Loop del Controllo.


Che cosa osserva davvero MessyMind

A questo punto dovrebbe emergere una distinzione importante.

MessyMind non considera l’incertezza un nemico.

Sarebbe impossibile eliminarla.

Ogni decisione importante della vita contiene una quota di dubbio.

Ogni relazione.

Ogni cambiamento.

Ogni progetto.

Perfino la ricerca scientifica procede continuamente attraverso ipotesi che vengono confermate, corrette o abbandonate.

Il problema non è l’esistenza dell’incertezza.

Il problema nasce quando il bisogno di eliminarla diventa il centro del nostro funzionamento mentale.

È questa la differenza che il Framework cerca di mettere in evidenza.

Non osserva soltanto ciò che pensiamo.

Osserva il rapporto che costruiamo con ciò che non possiamo ancora sapere.

Per alcune persone il dubbio rimane uno spazio di esplorazione.

Per altre diventa lentamente qualcosa da cui liberarsi il prima possibile.

Riconoscere questa differenza significa iniziare a osservare la propria mente con maggiore precisione.

Non per eliminare il dubbio.

Ma per evitare che il dubbio inizi lentamente a guidare ogni nostra decisione.

Come convivere con l’incertezza

Arrivati a questo punto potrebbe sorgere una domanda naturale.

Se il cervello cerca continuamente di ridurre l’incertezza, significa che dovremmo imparare a non cercare più risposte?

No.

MessyMind non propone di rinunciare alla conoscenza.

Non invita ad accettare passivamente qualsiasi dubbio.

L’obiettivo è diverso.

Imparare a distinguere due situazioni molto diverse tra loro.

La prima.

Sto cercando informazioni perché mi aiutano davvero a comprendere meglio un problema.

La seconda.

Sto continuando a cercare perché nessuna risposta sembra mai essere sufficiente.

Dall’esterno questi due comportamenti possono sembrare identici.

Dentro, però, funzionano in modo molto diverso.

Nel primo caso la ricerca amplia la comprensione.

Nel secondo diventa un tentativo continuo di eliminare completamente il disagio prodotto dall’incertezza.

Ed è proprio questa differenza che il Metodo I.R.O.N.I.A. aiuta a riconoscere.

Il Metodo non promette di eliminare il dubbio.

Aiuta piuttosto a osservare quando il nostro rapporto con il dubbio inizia lentamente a cambiare.


L’incertezza non è un difetto da correggere

Viviamo in una cultura che premia le risposte rapide.

Sapere.

Decidere.

Essere sicuri.

Avere sempre un’opinione.

L’incertezza viene spesso percepita come una debolezza.

Eppure gran parte delle decisioni importanti della nostra vita vengono prese senza poter conoscere tutte le informazioni.

Scegliere un lavoro.

Costruire una relazione.

Cambiare città.

Avere un figlio.

Nessuna di queste decisioni offre certezze assolute.

Aspettare di eliminarle completamente significherebbe spesso non decidere mai.

Per questo motivo imparare a convivere con una certa quota di incertezza non significa accontentarsi.

Significa riconoscere un limite inevitabile della condizione umana.


Domande frequenti

Perché il cervello vuole sempre una risposta?

Perché uno dei suoi compiti principali è costruire modelli sempre più affidabili della realtà.

Comprendere ciò che accade permette di prendere decisioni migliori e di ridurre il rischio di errori.

Questo meccanismo è estremamente utile.

Può diventare faticoso quando viene applicato a situazioni che, per loro natura, rimangono incerte.


È normale stare male quando non conosco una risposta?

Sì.

L’incertezza genera disagio in quasi tutte le persone.

La differenza riguarda soprattutto l’intensità con cui viene vissuta e il modo in cui ciascuno cerca di affrontarla.


Perché continuo a cercare conferme?

In molti casi perché le conferme producono una temporanea riduzione del dubbio.

Quando questo sollievo dura poco, la mente può iniziare a cercarne continuamente di nuove.

MessyMind osserva proprio questo processo, distinguendolo dalla semplice curiosità.


Come si impara a tollerare meglio l’incertezza?

Non eliminandola.

Ma imparando a riconoscere quali domande possono essere approfondite e quali, almeno per il momento, non possono ricevere una risposta definitiva.

Accettare questa differenza permette spesso di interrompere la continua ricerca di rassicurazioni.


L’incertezza provoca sempre overthinking?

No.

Molte persone convivono serenamente con situazioni ambigue.

L’overthinking compare quando il pensiero continua a ripetersi senza produrre nuove informazioni o nuove possibilità di azione.


Conclusione

Perché ci dà così fastidio non sapere?

La biologia ci ricorda che il cervello si è evoluto per prevedere ciò che accade.

Le neuroscienze mostrano che costruiamo continuamente modelli della realtà.

La psicologia evidenzia come alcune persone vivano l’incertezza con maggiore difficoltà di altre.

La filosofia ci ricorda, da secoli, che non tutto può essere conosciuto con certezza.

MessyMind aggiunge un’ultima prospettiva.

Il problema non è l’incertezza.

Il problema può nascere dal rapporto che costruiamo con essa.

Quando il bisogno di sapere diventa più importante della capacità di convivere con il dubbio, la ricerca rischia di trasformarsi lentamente in una Tensione Cognitiva che alimenta Loop Mentali e overthinking.

Forse non possiamo eliminare completamente l’incertezza.

Ma possiamo imparare a riconoscere il momento in cui stiamo cercando di comprendere il mondo e quello in cui, invece, stiamo semplicemente cercando di far tacere il disagio prodotto dal non sapere.

Questa distinzione, spesso invisibile, è uno dei punti di partenza del Framework Cognitivo di MessyMind.


Continua il percorso

Se questo articolo ti ha aiutato a osservare l’incertezza da una prospettiva diversa, puoi approfondire il Framework attraverso questi contenuti.